COME CAMBIERÀ IL LAVORO DOPO LA CRISI DA COVID-19
Intervista a Eufranio Massi, fra i massimi esperti italiani in materia giuslavoristica: «la strada maestra sarà snellire la burocrazia»
L’emergenza sanitaria senza precedenti dovuta alla pandemia da Covid-19 sta influendo pesantemente sulla situazione economica del Paese, con conseguenze su aziende e lavoratori che presumibilmente si protrarranno nel tempo.
Ne abbiamo parlato con il dott. Eufranio Massi, uno dei massimi esponenti a livello nazionale in ambito giuslavoristico, già componente di commissioni ministeriali e dirigente del Ministero del Lavoro, direttore del sito www.dottrinalavoro.it, da anni in stretto rapporto con l’Associazione Commercianti Albesi con la quale collabora regolarmente partecipando in qualità di relatore a seminari di aggiornamento.
Dott. Massi, qual è il suo giudizio sui provvedimenti urgenti che il Governo ha assunto per affrontare l’emergenza?
«La situazione si può definire semplice, nella sua complessità. Questa crisi senza precedenti sta devastando l’economia. Il Paese è a terra. Il primo intervento che il Governo ha intrapreso era volto ad assicurare la tutela a tutti i lavoratori regolari in forza al 23 febbraio. La cassa integrazione straordinaria, il fondo di integrazione salariale e la cassa integrazione in deroga vanno in questa direzione, garantendo ai lavoratori l’80% dello stipendio lordo. Ritengo questo primo impatto positivo, insieme alle soluzioni provvidenziali per lavoratori autonomi, partite iva, lavoratori dello spettacolo, stagionali e degli stabilimenti termali. In questo modo viene garantito un supporto economico a quasi tutti gli ambiti lavorativi. Ne vengono esclusi solo i lavoratori domestici e ovviamente chi lavora “in nero”. Con il provvedimento del Governo dedicato alla liquidità delle imprese emanato negli ultimi giorni, queste soluzioni vengono estese anche ai lavoratori in forza al 17 marzo, allargando ulteriormente la platea».
Ritiene sufficiente quanto messo sul piatto per affrontare l’emergenza?
«Questa è la più grave crisi che il nostro Paese abbia affrontato dalla Seconda Guerra mondiale. I mezzi a disposizione erano limitati e credo che fosse impossibile reperire maggiori risorse in prima istanza. Si è deciso di predisporre soluzioni emergenziali per la provvidenza dei lavoratori, facendo accordi con le associazioni bancarie per accelerare i pagamenti. In questo senso vedo favorevolmente anche il contributo di 100 euro che il Governo erogherà per mezzo delle aziende a chi nel mese di marzo ha operato direttamente sul proprio posto di lavoro, escludendo lo smart working, rapportati alle giornate effettivamente svolte ed esenti da ogni forma di contribuzione e tasse. Tra le soluzioni emergenziali, leggo in maniera positiva anche la sospensione tra il 17 marzo e il 16 maggio di tutti i licenziamenti per giustificato motivo oggettivo in caso, ad esempio, di crisi aziendali. Resta comunque consentito il licenziamento per giusta causa».
In questi giorni si parla di Fase 2, con la riapertura di alcune aziende.
Quale crede debbano essere i prossimi passi per riprendere le attività?
«Dopo una prima fase di emergenza, servirà un aiuto forte alle imprese e il decreto liquidità va in questa direzione. Per tutte le aziende, la garanzia dello Stato interverrà nell’erogazione di finanziamenti di liquidità con tassi tendenti allo zero e una durata fino a 6 anni. Un aiuto alle attività per sopravvivere. Al momento resta da risolvere una questione legata alle imprese con oltre 500 dipendenti, per le quali serve il nulla osta di Bruxelles al che non si configuri un aiuto di Stato. Il futuro dipende dall’evoluzione del virus».
Come vede il mondo del lavoro, una volta usciti dall’emergenza?
«Troveremo un mondo diverso, con nuove soluzioni. L’isolamento forzato ha reso abitudine quello che fino a qualche settimana fa era impensabile. Sto pensando allo sviluppo del lavoro agile, alla sburocratizzazione, alla ricerca di nuovi mercati di sviluppo».
Lo smart working è diventato in queste settimane una delle forme più utilizzate dalla maggior parte delle aziende. Quali soluzioni si possono adottare per incentivarlo anche dopo l’emergenza?
«Farei innanzitutto una precisazione. Quello che stiamo facendo in molti in queste settimane, più che smart working (o lavoro agile) si configura come telelavoro, in quanto viene svolto dal proprio domicilio ogni giorno della settimana. Lo smart working vero e proprio, invece, prevede un’alternanza tra attività da casa e operatività sul posto di lavoro. Con questa esperienza forzata, molte aziende hanno avuto modo di testare le potenzialità del lavoro agile e dei vantaggi che porta con sé, come ad esempio la possibilità di utilizzare minori spazi aziendali e quindi ridurre i costi di affitto per quelle funzioni amministrative che possono condividere la postazione di lavoro. Senza contare il welfare che i dipendenti ne ricavano dall’evitare il viaggio casa-lavoro (penso ai pendolari) e che spesso è fonte di stress con influenza negativa sulla produttività dell’azienda.
Ne nasceranno anche nuovi modelli d’impresa: alcuni lavoratori cominceranno ad operare contemporaneamente per più realtà aziendali o aumenteranno i propri esodi da un posto di lavoro all’altro. Le aziende si troveranno a gestire rapporti di lavoro meno stretti e forte turn over. I responsabili quindi dovranno imparare a confrontarsi con nuove tipologie di collaboratori».
Per affrontare l’emergenza il Governo ha semplificato di molto alcune procedure. È credibile proseguire su questa strada?
«La procedura per l’attivazione della cassa integrazione è stata fortemente sburocratizzata. Spesso proprio nei periodi di crisi, si coglie l’occasione per rivedere quelle attività che solo all’apparenza risultavano fondamentali.
Dall’altro lato, si stanno affrontando e gestendo nell’emergenza alcune complessità legate alla cassa in deroga, gestita da Inps e Regioni e che porta con sé 20 accordi diversi sull’intero territorio nazionale. Il regionalismo del nostro ordinamento in alcuni casi può essere un vantaggio, in altri un rischio. In questo caso la causale Covid-19 ha risolto snellendo le procedure. In situazioni non emergenziali, si possono creare difficoltà di gestione».
Il territorio albese ha forte valenza turistica. Quale futuro prevede?
«Molte di queste soluzioni non trovano sbocco in uno dei settori maggiormente colpiti da questa crisi, che sta evolvendo a livello internazionale. Il settore del turismo, inevitabilmente sarà l’ultimo a riprendersi e difficilmente potrà giovarsi di quanto aziende e lavoratori hanno acquisito in ambito esperienziale in questo periodo, come smart working e sburocratizzazione. Sarà compito delle associazioni di categoria e degli enti turistici sviluppare campagne a tappeto e iniziative ad hoc per aprire il marketing a nuovi territori e nuove tipologie di clienti. Il territorio albese da alcuni decenni ha una forte presenza di turisti stranieri, che inevitabilmente tarderanno a riaffacciarsi al di qua del confine. La ripresa sarà l’occasione per richiamare i turisti italiani a scoprire un territorio che vanta eccellenze enogastronomiche e paesaggistiche uniche nel nostro Paese e nel mondo».
Quale può essere lo sviluppo futuro del mondo del lavoro nel lungo periodo, dopo il Coronavirus?
«Inevitabilmente verrà fuori qualcosa di diverso. La legislazione del lavoro è contorta, frastagliata, sovrapposta, con situazioni a volte aberranti e spesso la fortuna la fanno gli avvocati, più che aziende o lavoratori. I cambiamenti che sono in atto potrebbero essere occasione per rivedere la normativa del lavoro, partendo da alcuni caposaldi imprescindibili: la correttezza nei rapporti e la sicurezza sul posto di lavoro. Concetti che troppo spesso restano sulla carta.
Snellire la burocrazia, per poter facilitare la messa in atto e il rispetto dei provvedimenti richiesti, deve essere la strada maestra da affrontare una volta che l’emergenza sarà superata».